Dubbi di fede
verry 2007-04-08 21:04:14
cosa si intende per infallibilità del papa? e quali sono le tesi per dimostrare scientificamente l'esistenza di Dio?
- R.:
A dire il vero l'espressione è imprecisa. La Chiesa non crede nell'infallibilità, cioè che non sbaglia mai quando parla o agisce (una specie di superuomo...), ma che in certe circostanze è indefettibile come pastore, cioè nell'insegnare verità che riguardano la fede o i costumi, la morale.
Più precisamente il Papa in qualità di successore di Pietro ("Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei Cieli: tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato anche in cielo..."), quando parla ex cathedra, cioè in qualità di supremo pastore della Chiesa universale, successore degli apostoli Pietro e Paolo e intende pronunciare verità che riguardano la fede e/o la morale non può sbagliare, non per propria virtù o per umane capacità, ma per l'assistenza garantita dallo Spirito Santo promesso da Gesù stesso nell'ultima cena in particolare: "il Padre mio manderà lo Spirito Santo, il consolatore, lo Spirito di verità che vi guiderà alla verità tutta interà...".
Si intende, per altro, che il Papa non aggiunge niente di nuovo alla fede della Chiesa come se fosse un padrone assoluto della verità, bensì con questi pronunciamenti dogmatici intende definire per sempre verità già insegnate e da sempre credute dalla Chiesa, ma non ancora ritenute vincolanti. Mi spiego con un semplice esempio. Nel 1950 Pio XII definì il Dogma dell'Assunzione di Maria al Cielo in anima e corpo. Era già creduta dalla maggior parte dei fedeli, tanto che la si festeggiava da più di un millennio e basti pensare a quante chiese sono dedicate all'Assunta qui a Genova e in Liguria da tanti secoli. Dalla proclamazione del Dogma per un cattolico non è più possibile non credere che Maria è stata Assunta in anima e corpo, prima era possibile non credervi. Così ogni pronunciamento ex cathedra nasce di solito in risposta a errori nella fede insegnati e quindi corretti dal Papa con o senza un Concilio ecumenico, cioè formato da più vescovi (non dalla maggioranza) col Papa e la sua approvazione.
Questa fede è cresciuta lungo i secoli fino al pronunciamento dogmatico del Concilio Ecumenico Vaticano I del 1869, ma era già ben chiara e definita come condivisa da tutti i vescovi della Chiesa ai tempi di S. Ireneo, vescovo di Lione dal 180 che nel III libro del suo capolavoro Adversus Haereses ricorda come basti ricorrere alla Sede Apostolica e ai Successori di Pietro per conoscere la verità insegnata da Cristo e dagli apostoli dopo di Lui e conservata fino a noi, di vescovo in vescovo, a Roma: con essa devono concordare tutti" ...e dire che lui, Ireneo era greco, di Smirne. del resto, già nel 105-107 S. Ignazio vescovo di Antiochia, scrivendo la sua Lettera ai Romani, definiva la Chiesa di Roma come colei che adornata di ogni grazia dal Padre nel Figlio dallo Spirito presiede a tutte le Chiese nella carità.
Risposta a cura di Don Matteo Pescetto, docente di Patrologia presso l'Istituto Superiore Ligure di Scienze Reliose
Per quanto riguarda la risposta sulla dimostrazione dell'esistenza di Dio, vedi qui
verry 2007-05-03 20:03:09
Siamo abituati a conoscere Dio come un essere giusto, e buono, ma come si spiegano le uccisioni da lui volute come quella dei primogeniti egiziani riportata nel Vangelo?
- R.:
- Il lapsus con cui hai formulato la domanda aiuta la risposta: l'uccisione dei primogeniti egiziani non è parte del Vangelo, ma dell'Antico Testamento e precisamente dell'Esodo. E tra Vangelo ed Esodo ci sono enormi differenze. Per rispondere a questo bisogna partire da più lontano. E allora prendiamo i largo:
- In che senso le Sacre Scritture sono ispirate
- di conseguenza: come debbano interpretarsi le Sacre Scritture
- Come debba interpretarsi la morte dei primogeniti degli egiziani
- 1 - In che senso le Sacre Scritture sono ispirate
Le Sacre Scritture sono ispirate in modo diverso da come istintivamente penseremmo: i nostri quadri ritraggono gli evangelisti con il foglio sul tavolo, la penna in mano e lo sguardo girato verso un angelo che detta loro il libro biblico. Se questo genere di ispirazione va bene per il Corano (dettato da Allah a Maometto in arabo), il concetto di ispirazione nella Chiesa Cattolica è ben più complesso: lo Spirito Santo muove un autore sacro che scrive nella sua lingua e con le sue categorie culturali a inserire nel testo dei contenuti che sono "ispirati" e che riguardano il "perché" (e non tanto il "come") di cose che non possiamo attingere con la nostra sola intelligenza. Non è necessario che l'autore sacro si renda conto che in quel momento è ispirato e sta scrivendo della Sacra Scrittura. In questa prospettiva le riletture storiche e fisiche della realtà vanno prese con discernimento, al fine di riuscire a cogliere la differenza tra ciò che è meramente umano e ciò che è realmente ispirato. Questo discorso è valido in modo particolare per quelle parti della Bibbia che più facilmente patiscono questo "inquinamento" culturale da parte dell'uomo, come l'Antico Testamento. Per fare un esempio: il mondo è stato davvero creato in sette giorni? No. Sette indica la pienezza dell'agire di Dio; il creato ha un ordine e cresce verso il sesto giorno nel quale si raggiunge il culmine con la creazione dell'uomo. Ma la pienezza del creato e del suo senso sta nel settimo giorno: il riposo di Dio. La pienezza di senso dell'uomo sta nel riposare in Dio e con Dio. I sette giorni vengono adoperati per "passare" un messaggio di ordine teologico e non scientifico. Analogamente ricordiamo che la mentalità semitica porta a eliminare tutte le cause secondarie e ricondurre tutto alla causa prima, che è Dio. Per cui parecchie volte accade che a Dio vengano attribuite azioni o parole che non sono realmente e storicamente sue.
- 2 - Come debbano interpretarsi le Sacre Scritture
- Le Sacre Scritture vanno interpretate facendo attenzione ai modelli culturali soggiacenti e cercando di trovare l'effettivo messaggio teologico rivelato. Questa operazione non è per niente facile. Ha alcuni criteri oggettivi ed altri esperienziali. Gli stessi criteri oggettivi non sono facilmente e pedissequamente applicabili allo stesso modo in ogni caso. Questo è un capitolo vastissimo che non può essere discusso in poche righe. Rilevo soltanto che, come quando uno si trova di fronte alla parola ebraica "fratello" non può dare per scontato che si stia parlando di un fratello di sangue, ma deve considerare pure l'ipotesi che si tratti di un cugino o addirittura genericamente di un parente, analogamente quando ci si trova di fronte all'Antico Testamento che dice ad esempio che "Dio indurì il cuore del faraone" non si può dare per scontato che sia stato Dio, ma anche che l'effetto dell'azione di Dio (i segni fatti da Dio attraverso Mosé e Aronne) hanno portato il faraone ad indurire il suo cuore.
- 3 - Come debba interpretarsi la morte dei primogeniti degli egiziani
Per dare una corretta interpretazione della morte dei primogeniti degli egiziani bisogna rispondersi ad una serie di domande, tra cui credo che possiamo annoverare queste: 1. È Dio che ha causato la morte dei primogeniti o è un'azione che gli è stata attribuita saltando le cause intermedie? 2. È passato un angelo sterminatore, letteralmente? O è una figura di qualcosa d'altro? 3. Questo angelo è un angelo di Dio o del demonio? A più di 3.200 anni di distanza da questi eventi e in mancanza quasi totale di riferimenti al di fuori di quello biblico è molto difficile darsi delle risposte veramente scientifiche a queste domande. A questo punto ci dobbiamo accontentare di "approssimazioni" di carattere teologico: se il Dio di cui parliamo è quel Dio di cui si dice (ancora nell'Antico Testamento) che "non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva" (Ez 33,11), diventa difficile accettare un'interpretazione fortemente letterale del brano escludendo ad esempio che sia stato usato il riferimento diretto alla causa prima saltando quelle intermedie...
Risposta a cura di Don Guido Gallese
Antonio 2007-08-05 23:42:37
vorrei delle dritte per smentire coloro che ci dicono che dio non esiste e che tutto è dovuto al caso. grazie
- R.:
- Carissimo Antonio
Con la tua richiesta di suggerimenti vai al cuore della domanda centrale per ogni uomo: l’interrogativo sull’esistenza di Dio porta con sé l’interrogativo su quale sia la natura più profonda dell’uomo. Naturalmente non voglio né potrei darti qui una risposta teologicamente compiuta, ma solo proporti qualche spunto di riflessione, tratto per lo più dal magistero del Santo Padre Benedetto XVI, assai illuminante anche sulla problematica che ci hai proposto.
Nel clima culturale di oggi, in cui sembra lacerata l’unità relazionale tra ragione e fede, che aveva trovato monumentale sistematicità nell’opera di San Tommaso d’Aquino, a molti sembra che l’unico oggetto conoscibile sia ciò che è calcolabile o ciò che è programmabile, il factum e il faciendum, solo ciò che appare agelvomente sottoponibile alla speculazione delle scienze empiriche. Questo approccio gnoseologico genera la svalutazione, l’accantonamento o la negazione di ogni istanza metafisica, il che, per via di successione necessaria, sembra portare lo stesso uomo a rassegnarsi a considerarsi un mero prodotto di una evoluzione naturale completamente casuale o, comunque, un soggetto del tutto incapace di spiegarsi gli elementi più profondi della propria essenza e della propria esistenza. Le conseguenze morali di questo atteggiamento sono facilmente prevedibili: il relativismo etico, che oggi sembra predominare, spinge a porre come solo parametro assiologico dell’agire il proprio io e le sue voglie, come insegna Papa Benedetto XVI (Omelia della Missa pro eligendo Romano Pontifice, 18 aprile 2005).
Penso che il punto di partenza sia proprio porre al centro l’uomo e le sue capacità interiori e certo anche razionali: oggi molti dicono di non credere in Dio, ma l’atteggiamento che prevale non è tanto l’ateismo, in quanto negazione argomentata dell’esistenza di Dio, che pare trascendere le capacità della ragione umana almeno quanto l’adesione alla fede, bensì piuttosto l’agnosticismo, una “sospensione del giudizio” su Dio, asserendo che non sia attingibile da parte delle risorse (razionali) dell’uomo. In molti luoghi del suo magistero il Papa scrive che questo atteggiamento apparentemente neutrale in realtà è insostenibile in concreto, è incompatibile con la vita dell’uomo: il problema si fa, infatti, esistenziale: si può vivere “sospesi”? ci si può illudere di non sentire la voce che, come all’Innominato delle pagine del Manzoni, grida «Io sono però» (I Promessi Sposi, cap. XX)? si può davvero, come insegna S. Agostino, vivere “fuori” da qualcosa/qualcuno che è “dentro” (Confessioni, 10, 27, 38)?
Mi sembra decisivo rimeditare la centralità dell’uomo come capax Dei (cfr. Catechismo della Chiesa cattolica, parte prima, sezione prima): la teologia dogmatica, sulla scorta della Rivelazione biblica e della Tradizione, insegna che “Dio, principio e fine di tutte le cose, può con certezza essere conosciuto tramite le cose create, con il lume naturale della ragione umana” (Conc. Vat. I, Denz.-Schönm., 3004). La ragione può porsi in cammino verso Dio se si mette in relazione con il mondo: la risposta è risalente nella sua formulazione e si fonda sulla chiarezza della Sacra Scrittura (cfr. Sapienza 13; Atti 14, 15-17; 17, 23-27; Romani, 1, 20-23), ma certo è ancora oggi stringente e convincente: è l’esistenza stessa di ciò che ci circonda che porta a considerare l’esistenza di Dio, essere eterno, onnipotente e creatore razionale, come l’ipotesi più ragionevole di spiegazione dell’universo (come insegna il Papa). Inaccettabile razionalmente è immaginare qualcosa fuori di un universo finito che non sia Dio (Infinito); e poi pare irragionevole ritenere la natura infinita o increata in quanto ciò comporta ammetterne l’eternità: “eternizzare” una natura irrazionale non può certo apparire una proposta più persuasiva rispetto all’ipotesi dell’esistenza di un Dio eterno, infinito, creatore, che è Amore, ma anche Logos.
Certo la nostra capacità di conoscere Dio mediante le cose create è sempre insufficiente, imperfetta, è sempre il prodotto di una ragione limitata: l’uomo non può comprendere Dio, cioè averne una conoscenza completa ed adeguata, ma attraverso il principio dell’analogia, partendo dalla mediazione delle cose create, può conoscere Dio.
Oggi molti scienziati e astrofisici, anche assai noti, sostengono ipotesi scientifiche del tutto compatibili con l’ipotesi della creazione ad opera di un Dio razionale: essi derivano le loro posizioni proprio dal fatto stesso dell’esistenza dell’uomo e da quanto sia improbabile che l’uomo possa essere il risultato di una serie casuale di combinazioni chimiche succedutesi nel tempo. Pretermesse le specificità di queste posizioni scientifiche, che certo esulano dal nostro oggetto, mi sembra utile e suggestiva una recente riflessione del Santo Padre (al Convegno Nazionale di Verona del 2006) sui risultati della ricerca scientifica e sulla loro non difficile compatibilità con le istanze della Fede: “Una caratteristica fondamentale delle scienze moderne è l'impiego sistematico degli strumenti della matematica per poter operare con la natura e mettere al nostro servizio le sue immense energie. La matematica come tale è una creazione della nostra intelligenza: la corrispondenza tra le sue strutture e le strutture reali dell'universo - che è il presupposto di tutti i moderni sviluppi scientifici e tecnologici, già espressamente formulato da Galileo Galilei con la celebre affermazione che il libro della natura è scritto in linguaggio matematico - suscita la nostra ammirazione e pone una grande domanda. Implica infatti che l'universo stesso sia strutturato in maniera intelligente, in modo che esista una corrispondenza profonda tra la nostra ragione soggettiva e la ragione oggettivata nella natura. Diventa allora inevitabile chiedersi se non debba esservi un'unica intelligenza originaria, che sia la comune fonte dell'una e dell'altra. Così proprio la riflessione sullo sviluppo delle scienze ci riporta verso il Logos creatore. Viene capovolta la tendenza a dare il primato all'irrazionale, al caso e alla necessità, a ricondurre ad esso anche la nostra intelligenza e la nostra libertà. Su queste basi diventa anche di nuovo possibile allargare gli spazi della nostra razionalità, riaprirla alle grandi questioni del vero e del bene, coniugare tra loro la teologia, la filosofia e le scienze, nel pieno rispetto dei loro metodi propri e della loro reciproca autonomia, ma anche nella consapevolezza dell'intrinseca unità che le tiene insieme”. Dunque la ragione umana, anche laddove si esprima secondo il rigore della matematica, rinvia eziologicamente ad una razionalità superiore, in qualche modo analogicamente conoscibile.
Oltre che attraverso gli strumenti più strettamente razionali l’uomo con la sua interiorità, con la sua apertura alla verità e alla bellezza, con la sua coscienza morale sente dentro di sé, nell’infinita profondità dei suoi sentimenti il desiderio di Dio, che è nost-algia di Dio, ansia di ritornare(come l’etimo greco suggerisce) al creatore. Un’ansia che non è solo esistenziale, bensì ontologica, in quanto inerente all’essenza dell’uomo: è moto continuo per individuare la scaturigine vera dell’amore che portiamo nell’anima, anelito interiore che ci fa fare sempre la medesima domanda: Signore dove abiti? (Gv. 1, 37) Questa è la prima, decisiva domanda: all’interrogativo “Chi sono io?” si relaziona conseguentemente ed inevitabilmente l’altro, in qualche modo speculare, “Dov’è Dio?”. Seguirà poi l’altra capitale domanda: “Che cosa devo fare? (Mt. 19, 16)
La risposta, che davvero elimina ogni postulato di casualità nell’esistenza dell’uomo e dell’universo, dovrà ovviamente trovare compimento nella Rivelazione piena di Dio nella Persona di Gesù Cristo, in cui tutta la ricerca umana trova compimento e nella cui Croce e Resurrezione risiede l’orizzonte di senso della nostra vita, tuttavia questa prospettiva esula dalla tua domanda e peraltro richiederebbe grandi approfondimenti. Vorrei solo proporre una riflessione sul tema della ragionevolezza: lo stesso mistero dell’Incarnazione, nella sua grandezza teologica e nelle straordinarie conseguenze dell’unione ipostatica, palesa tutta la sua ragionevolezza: un Dio che è Amore, quasi necessariamente, “doveva” scegliere di venire vicino alla sua creatura, farsi carne, abitare in mezzo a noi, per salvarci, per innalzarci.
La latitudine della tua domanda certo non è soddisfatta da queste poche righe, ma spero contengano qualche occasione di riflessione.
Nella breve bibliografia ti suggerisco alcuni, peraltro assai noti, tra i molti libri del Cardinale Ratzinger, assai utili per il problema in oggetto.
A presto.
Paolo Costa, collaboratore del Servizio diocesano di Pastorale giovanile.
Bibliografia
J. Ratzinger, Introduzione al Cristianesimo, Queriniana, 2005
J. Ratzinger, Dogma e predicazione, Queriniana, 2005
J. Ratzinger, Fede, Verità e tolleranza, Cantagalli 2005
J. Ratzinger, Rapporto sulla fede, San Paolo 2005
J. Ratzinger, Ragione e fede in dialogo, Marsilio 2005
J. Ratzinger, Il Dio della Fede e il Dio dei filosofi, Marcianum press 2007.
Risposta a cura di Paolo Costa, membro della Segreteria del Servizio Diocesano di Pastorale Giovanile
