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Epicuro

Gli epicurei avevano impostato la loro filosofia su un atomismo materialistico, quindi erano tornati a una concezione democritea della realtà, eliminando l’anima e tutta la parte spirituale. Il centro di tutta la loro filosofia è basata sull’ataraxìa ossia l’assenza di preoccupazioni. La felicità, bene supremo dell’uomo consiste nell’edonè (piacere) e i mali vengono dall’accettazione ignorante del politeismo. In questa prospettiva, la virtù altro non è che un saper godere dei piaceri della vita in maniera moderata, dal momento che escludendo la visuale trascendente della vita, non resta che l’immanente. La distinzione profonda che faceva Platone nel Gorgia , per bocca di Socrate, tra piacere e bene è una tentazione che abbiamo in modo naturale perché in fondo non potremmo pensare che il bene dell’uomo non sia anche piacevole, almeno nell’aldilà. In metafisica si studia che il bene è un trascendentale, dove c’è maggiore ente, c’è maggiore bene (idem per l’uno, il vero, il bello). Il godimento più profondo, dal punto di vista metafisico, si ha quando si va verso l’uno, il vero, il bene, il bello, e questo è abbastanza evidente, perché è appagante e non occorre dimostrarlo con un teorema metafisico. Quindi questa identificazione della felicità con il bene e il piacere è comprensibile, perché in via definitiva il paradiso sarà un piacere, nessuno pensa il contrario, dal punto di vista metafisico sarà una coincidenza tra piacere e bene, il rapporto con Dio sarà bene e piacere sommo, la vita nell’aldilà è concepita come una vita piacevole e bellissima, la connotazione poi di questo piacere potrà essere diversa ad esempio i musulmani suicidi credono in un paradiso molto terreno. Il piacere è inteso tenendo presente che l’uomo ha diverse stratificazioni , anche in ambito precristiano c’è una visione che va al di là della rivelazione, nell’uomo c’è una parte spirituale, intellettiva e solo attraverso la contemplazione si può raggiungere la felicità. Negli autori antichi questo è molto ricorrente, perché avevano capito che è questa la vera felicità, ben diversa da quella effimera dei piaceri, è una felicità durevole, stabile e meno consumabile. Anche nella nostra vita i momenti di contemplazione, non necessariamente mistici, sono quelli in cui ognuno di noi trova la serenità profonda cercata da tempo e che troppo spesso ci sfugge. Anche se eliminiamo la parte trascendente non possiamo rinunciare al piacere e allora si finisce per identificarlo con il bene. Quello verso il bene e quello verso il piacere sono due movimenti contrapposti, quello verso il bene è un uscire fuori, quello verso il piacere è un portare dentro. Se pensiamo all’amore umano questo è piuttosto evidente, amare una persona è uscire da me per occuparmi di qualcun altro, invece il piacere che mi fa provare quella persona è un rivolgermi a me. Non si tratta di demonizzare il piacere, ma bisogna tenere presente queste due dimensioni, in prima istanza bisogna volere il bene e poi il piacere, guai poi a procurarsi il piacere attraverso il male. Tuttavia su questa terra, bene e piacere sono spesso disgiunti, un conto è il finito, molteplice, materiale, un altro se ci mettiamo nell’ottica dell’infinito, uno, spirituale, bene e piacere convergono in una sola cosa: Dio. L’uomo non può rinunciare al piacere, dunque le filosofie immanenti tendono sempre al piacere e in fondo la visione epicurea della realtà è preferibile ad altri tipi di visioni materialistiche ipocrite. Se non esiste niente di trascendente, cerco il piacere, magari non sulla pelle degli altri, evitando di fare il male, ma faticare per il bene quando posso accomodarmi e aggiustarmi le cose soltanto per un valore teorico d’onore non sembra molto sensato. Se eliminiamo certe prospettive le cose cominciano a sottrarsi, l’epicureismo prende una via molto coerente, ha eliminato una parte del mondo, la trascendenza, e suggerisce all’uomo di cercare il piacere, in maniera moderata però, perchè quando si esagera non si riesce neppure ad assaporare il piacere. Inoltre occorre liberarsi da tre preoccupazioni: gli dei, la morte , la vita politica.

Lettera di Epicuro a Meneceo

Meneceo, Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell'animo nostro. Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l'età. Ecco che da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l'avvenire.

Non c’è niente di peggio che aver paura del futuro, eppure è una paura tipica della nostra società, ad esempio aver paura di mettere al mondo dei figli per l’ansia di possibili conflitti.

Cerchiamo di conoscere allora le cose che fanno la felicità, perché quando essa c'è tutto abbiamo, altrimenti tutto facciamo per possederla. Pratica e medita le cose che ti ho sempre raccomandato: sono fondamentali per una vita felice. Prima di tutto considera l'essenza del divino materia eterna e felice, come rettamente suggerisce la nozione di divinità che ci è innata. Non attribuire alla divinità niente che sia diverso dal sempre vivente o contrario a tutto ciò che è felice, vedi sempre in essa lo stato eterno congiunto alla felicità. Gli dei esistono, è evidente a tutti, ma non sono come crede la gente comune, la quale è portata a tradire sempre la nozione innata che ne ha. Perciò non è irreligioso chi rifiuta la religione popolare, ma colui che i giudizi del popolo attribuisce alla divinità.

Epicuro in questo passo è contrario soprattutto ad un modo di concepire la divinità,ma non cade nell’atomismo democriteo puro come era invece nelle tendenze della scuola epicurea.

Poi abituati a pensare che la morte non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua assenza. L'esatta coscienza che la morte non significa nulla per noi rende godibile la mortalità della vita, senza l'inganno del tempo infinito che è indotto dal desiderio dell'immortalità. Non esiste nulla di terribile nella vita per chi davvero sappia che nulla c'è da temere nel non vivere più. Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l'affligge la sua continua attesa. Ciò che una volta presente non ci turba, stoltamente atteso ci fa impazzire. La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c'è, quando c'è lei non ci siamo noi. Non è nulla né per i vivi né per i morti. Per i vivi non c'è, i morti non sono più.

La visione dell’uomo in questo passaggio è atomista in maniera pesante, la morte non è nulla, il bene e il male sono nelle sensazioni, vedete l’identificazione tra il bene e il male, tra le sensazioni buone e quelle cattive, le sensazioni buone sono quelle piacevoli, le sensazioni cattive sono quelle spiacevoli e dolorose. Siccome quando arriva la morte è il nulla, il che vuol dire assenza di sensazioni, perché aver paura della morte? L’ uomo in realtà non ha paura della morte in sé, ma di tutto ciò che lo porta a lei. La retta conoscenza che la morte non è niente per noi, rende gioiosa la mortalità della vita, non aggiungendo tempo infinito, ma se togliendo il desiderio dell’immortalità, elimina un affanno, un affanno frustrante, a quel punto niente c’è di temibile nella vita. Se tu non hai più paura di morire non hai più paura di vivere.

Invece la gente ora fugge la morte come il peggior male, ora la invoca come requie ai mali che vive. Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più. La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere. Ma come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo si gode, ma il più dolce. Chi ammonisce poi il giovane a vivere bene e il vecchio a ben morire è stolto non solo per la dolcezza che c'è sempre nella vita, anche da vecchi, ma perché una sola è la meditazione di una vita bella e di una bella morte. Ancora peggio chi va dicendo: bello non essere mal nato, ma, nato, al più presto varcare la soglia della morte. Se è così convinto perché non se ne va da questo mondo? Nessuno glielo vieta se è veramente il suo desiderio. Invece se lo dice così per dire fa meglio a cambiare argomento. Ricordiamoci poi che il futuro non è del tutto nostro, ma neanche del tutto non nostro. Solo così possiamo non aspettarci che assolutamente s'avveri, né allo stesso modo disperare del contrario.

Dobbiamo stare attenti ad non avere un atteggiamento troppo passivo riguardo al nostro futuro, ma neppure troppo attivo.

Così pure teniamo presente che per quanto riguarda i desideri, solo alcuni sono naturali, altri sono inutili, e fra i naturali solo alcuni quelli proprio necessari, altri naturali soltanto. Ma fra i necessari certi sono fondamentali per la felicità, altri per il benessere fisico, altri per la stessa vita. Una ferma conoscenza dei desideri fa ricondurre ogni scelta o rifiuto al benessere del corpo e alla perfetta serenità dell'animo, perché questo è il compito della vita felice, a questo noi indirizziamo ogni nostra azione, al fine di allontanarci dalla sofferenza e dall'ansia. Una volta raggiunto questo stato ogni bufera interna cessa, perché il nostro organismo vitale non è più bisognoso di alcuna cosa, altro non deve cercare per il bene dell'animo e del corpo. Infatti proviamo bisogno del piacere quando soffriamo per la mancanza di esso. Quando invece non soffriamo non ne abbiamo bisogno. Per questo noi riteniamo il piacere principio e fine della vita felice, perché lo abbiamo riconosciuto bene primo e a noi congenito. Ad esso ci ispiriamo per ogni atto di scelta o di rifiuto, e scegliamo ogni bene in base al sentimento del piacere e del dolore. È bene primario e naturale per noi, per questo non scegliamo ogni piacere. Talvolta conviene tralasciarne alcuni da cui può venirci più male che bene, e giudicare alcune sofferenze preferibili ai piaceri stessi se un piacere più grande possiamo provare dopo averle sopportate a lungo. Ogni piacere dunque è bene per sua intima natura, ma noi non li scegliamo tutti. Allo stesso modo ogni dolore è male, ma non tutti sono sempre da fuggire. Bisogna giudicare gli uni e gli altri in base alla considerazione degli utili e dei danni. Certe volte sperimentiamo che il bene si rivela per noi un male, invece il male un bene.

Consideriamo inoltre una gran cosa l'indipendenza dai bisogni non perché sempre ci si debba accontentare del poco, ma per godere anche di questo poco se ci capita di non avere molto, convinti come siamo che l'abbondanza si gode con più dolcezza se meno da essa dipendiamo.

Questa affermazione è molto diversa da ciò che sosteneva Callicle quando affermava che l’uomo deve nutrire i più grandi desideri possibili e deve cercare di saziarli tutti, Epicuro invece sostiene che l’uomo deve essere indipendente dai desideri, perché essi ci rendono incapaci di accontentarci e quindi infelici.

In fondo ciò che veramente serve non è difficile a trovarsi, l'inutile è difficile. I sapori semplici danno lo stesso piacere dei più raffinati, l'acqua e un pezzo di pane fanno il piacere più pieno a chi ne manca. Saper vivere di poco non solo porta salute e ci fa privi d'apprensione verso i bisogni della vita ma anche, quando ad intervalli ci capita di menare un'esistenza ricca, ci fa apprezzare meglio questa condizione e indifferenti verso gli scherzi della sorte. Quando dunque diciamo che il bene è il piacere, non intendiamo il semplice piacere dei goderecci, come credono coloro che ignorano il nostro pensiero, o lo avversano, o lo interpretano male, ma quanto aiuta il corpo a non soffrire e l'animo a essere sereno. Perché non sono di per se stessi i banchetti, le feste, il godersi fanciulli e donne, i buoni pesci e tutto quanto può offrire una ricca tavola che fanno la dolcezza della vita felice, ma il lucido esame delle cause di ogni scelta o rifiuto, al fine di respingere i falsi condizionamenti che sono per l'animo causa di immensa sofferenza. Di tutto questo, principio e bene supremo è l'intelligenza delle cose, perciò tale genere di intelligenza è anche più apprezzabile della stessa filosofia, è madre di tutte le altre virtù. Essa ci aiuta a comprendere che non si dà vita felice senza che sia intelligente, bella e giusta, né vita intelligente, bella e giusta priva di felicità, perché le virtù sono connaturate alla felicità e da questa inseparabili.

Agostino

L’uomo per Agostino è icona di Dio, immagine di Dio. Dio è un padre amoroso e il mondo è oggetto della provvidenza di Dio, quindi è una visione molto bella e positiva della realtà In Agostino molto forte è la contrapposizione tra la grazia e il peccato. In questo contrasto tra grazia e peccato il bene consiste nel possesso di Dio, qualcuno ha chiamato questa concezione euderoismo teocentrico. I mezzi che usiamo in questa battaglia sono le virtù e sottolinea poi la cosa più importante e cioè agire per amore di Dio, l’Amore è al centro della spiritualità di Sant’Agostino. Famosa è la frase “Ama e fa ciò che vuoi”, se prendiamo alla lettera questa frase può essere interpretata in maniera erronea sottintendendo con - fa ciò che vuoi - , fare ciò che più ci aggrada. In realtà il vero significato è fare tutto con amore, anche le cose più sgradevoli, anche i nostri doveri, vivere tutto come momento di grazia. Attraverso l’amore la volontà si rettifica e tende verso Dio in maniera tale che coincide con la volontà di Dio, ciò che vuoi, diventa ciò che vuole Dio, e quindi solo il bene, questo è molto importante e ci fa capire che la chiave della vita è l’amore. - Amare -, imparato questo tutto diventa semplice, ma mai scontato. In questa prospettiva c’è la visione della legge che diventa volontà di Dio quando è fatta bene, perché Agostino crede nella legge naturale che è il problema immenso di oggi. Dio scrive la legge nei nostri cuori, noi dobbiamo semplicemente riconoscerla. Oggi sembra invece che la legge sia un semplice concordare numerico intorno a delle preposizioni, questo può essere anche pericoloso, perché più si va avanti più s’impara ad usare degli strumenti istituzionali per giocare con i numeri.

P.S. La lettera a Meneceo è un pochino diversa da quella letta dal professore in classe, io non sono riuscita a trovare la stessa traduzione, il senso del testo però è lo stesso.

Buon studio ! Carolina izione per OttavaLezione

OttavaLezione (last edited 2007-02-26 13:34:57 by GuidoGallese)